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Brasile - Situazione Politica

Il primo anno del governo Lula doveva servire per rimettere in sesto i conti di un'economia che due mandati consecutivi del governo neo-liberista aveva lasciato in condizioni disastrose. Lula doveva salvare il Brasile dalla bancarotta e guadagnarsi la fiducia esterna. Operazione riuscita, obiettivi centrati: rimessi in ordine i conti, salvato il paese, conquistata la fiducia. Ma a pagarne il prezzo sono stati i programmi sociali che parlavano di guerra alla fame, che attanaglia fra i 50 e i 60 dei 180 milioni di brasiliani costretti a sopravvivere con un dollaro al giorno di reddito. La disoccupazione che negli anni precedenti aveva battuto ogni record; la globalizzazione asimmetrica che aveva fatto del grande mercato brasiliano il paradiso del capitale finanziario e speculativo e portato alla rovina o alla paralisi l'apparato produttivo nazionale; la criminalità sempre più diffusa e temibile, evidentemente alimentata dalla povertà e dalla esclusione sociale, e che con 30 mila morti l'anno ha reso il Brasile il paese più violento del mondo; il tumore maligno del latifondo, che ha concentrato nelle mani dell'1% di fazenderos il 50% della terra e ha escluso dal reddito, e di fatto dalla cittadinanza, circa 5 milioni di famiglie di braccianti senza terra.

Dopo il primo anno il governo, Lula ha potuto esibire un bilancio per un verso assai positivo: inflazione che quest' anno sarà contenuta entro il 5.5%, stabilizzazione della moneta, il real, rispetto al dollaro, attivo record della bilancia commerciale, profitti astronomici delle banche brasiliane, rischio-paese crollato da 2400 a 550 punti. Ma l'altra faccia di questo bilancio è negativa: recessione economica nel 2003 (- 0.2%), disoccupazione in aumento (12.9% nel marzo 2003), con 500 mila posti di lavoro perduti anziché i 2.5 milioni (all'anno per i 4 anni di mandato) annunciati, boom del lavoro informale, programma Fame Zero che non decolla, la riforma agraria che non fa passi avanti e obbliga i Sem-terra - nonostante la contiguità con il "companhero presidente" - a riprendere a tutta forza le occupazioni, mentre nelle campagne la violenza di fazenderos, polizia e giudici contro braccianti e sindacalisti tocca picchi mai visti.

Questi i dati. Purtroppo i cambiamenti non possono che essere lenti in un paese grande come il Brasile e con i suoi enormi problemi. In molti si aspettavano che Lula, un uomo di sinistra, cambiasse tutto. In Brasile, nell'opinione pubblica di sinistra e anche dentro il Pt, serpeggiano il disincanto e le accuse di "continuismo": in realtà non si tratta di continuismo, ma di un cambio con gradualità per non ripetere gli errori del socialismo reale e della sinistra latino-americana. Le critiche al mancato decollo di due punti-chiave del programma di Lula-presidente - Fame zero e riforma agraria - sono ridimensionabili.

Fame zero non è un programma assistenziale. Vuole essere, ed è, un intervento strutturale, di inclusione sociale attraverso una ridistribuzione del reddito a partire dall'incentivazione di vari fattori: il cooperativismo, il microcredito, l'educazione, la salute, la riforma agraria. Nel 2003 è stato un grande successo: su 11 milioni e mezzo di famiglie che il programma quadriennale si è posto come obiettivo finale, sono state raggiunte 3 milioni 615 mila famiglie. L'MST (Movimento dei Sem Terra) chiedeva un milione di famiglie insediate nei 4 anni di mandato del governo di Lula: troppi per i limiti di bilancio imposti dall'Fmi e accettati dal governo. Il Piano nazionale per la riforma agraria, presentato in novembre, ha dimezzato l'obiettivo: 520 mila famiglie entro il 2006. Finora, ne sono state insediate 115 mila, e il motivo per cui l'Mst si è lanciato nel 2004 in una sventagliata senza pari di occupazioni di terre è dovuto al fatto di aver interpretato il suo ruolo, che è quello di spingere per l'attuazione più ampia e rapida possibile della riforma agraria. Il rapporto fra governo e movimento è critico e dialettico, e il governo evita accuratamente di cadere nella trappola della criminalizzazione del movimento e delle occupazioni, che fazenderos e media invocano a gran voce.

Considerati i grossi handicap della partenza - disoccupazione, debito e violenza - è lecito ritenere che siano stati raggiunti risultati incontestabilmente positivi.

A cura di Anna Proserpio. Per contatti: progetti@finisterrae-onlus.org